Tutto ciò che è creduto esiste e soltanto questo.

H. Von Hofmannsthal, l’ignoto che appare.

Lo sapevate che esistono tre tipi di verità?  esatto, 3 tipi di verità: 

  1. La bugia

  2. La verità assoluta

  3. Ciò che voglio credere sia la verità

Mi spiego meglio: le bugie sono quelle “non verità” di cui siamo certi, poiché giungiamo ad esse attraverso dei dati empirici che confutano le verità assolute. La verità assoluta è altresì, quella verità che scaturisce da una raccolta di informazioni concrete che confermano quanto ipotizzato inizialmente. Fin qui, nulla di nuovo direte voi. Infatti, il tipo di verità più complesso e affascinante allo stesso tempo è il terzo tipo: la verità di cui mi convinco. Quella comoda per intenderci: ciò che vorrei fosse vero. Impieghiamo infatti, tutte le nostre risorse per autoingannarci. Ad esempio, mi convinco che il lavoro che faccio mi piaccia per superare la dissonanza cognitiva che sopraggiunge ogni qualvolta do voce alla mia frustrazione.  Ogni giorno ci raccontiamo tante “verità false” e ci crediamo con ogni parte di noi e di tanto in tanto diciamo a noi stessi che possiamo resistere, che siamo forti, che un giorno le cose cambieranno, procrastinando così, la nostra serenità. 

Non si può insegnare la verità…  Il paradosso dei paradossi è che il contrario della verità è ugualmente vero.

H. Hesse, Siddharta 

Mentire dicendo la verità, è uno stratagemma adatto a tutte le situazioni in cui dicendo una verità scomoda creo un problema con gli altri o con me stesso. Lo applichiamo quindi, ogni volta che non possiamo dire la verità per come è o non possiamo accettare una realtà per quella che è ma dobbiamo trasformare una verità in una menzogna per rendere questa verità gestibile.  C’è un detto molto noto soprattutto tra le donne: meglio una buona bugia che una cattiva verità.  Siete d’accordo? Paul Watzlawick diceva che non è possibile non autoingannarsi così come non è possibile non comunicare, non si può non interagire, non si può non influenzare gli altri e noi stessi; infatti, ogni volta che interagisco con me stesso e con gli altri produco un cambiamento. Buddha diceva “il cambiamento è l’unica costante della nostra vita”.  Il cambiamento è la caratteristica dell’esistere ma, la resistenza spontanea e inconsapevole ad esso ci rende bloccati.  Riconosciamo che cosa non ci piace, che cosa turba il nostro equilibrio interno, sappiamo bene che cosa vorremmo cambiare nella nostra vita. Giusto? Da poco è iniziato un nuovo anno, il 2019, e scommetto che avrete fatto una lista mentale enorme di buoni propositi. Quella che facciamo ogni anno da circa 5 o più anni, dove probabilmente in cima c’è sempre la classica promessa di metterci a dieta! Bene, quali di questi buoni cambiamenti sei già riuscita a realizzare?  se la tua risposta è “nessuno”, non mi stupisce affatto, poiché quasi sempre solo la consapevolezza non basta. Bisogna infatti imparare a riconoscere gli autoinganni che quotidianamente imponiamo a noi stessi. Conoscerli per imparare a controllarli e combatterli. Qual’è Il modo migliore per raggiungere il mio cambiamento e gestire la mia vita come meglio desidero? Certamente è avere una conoscenza del mio funzionamento mentale e del mio sistema percettivo che mi ha condotto a costruire un equilibrio disfunzionale e quindi ad attuare delle reazioni negative per la mia vita. Bisogna che applichi un modello di cambiamento che mi consenta di sviluppare un equilibrio sano. Le persone, come sopracitato si influenzano vicendevolmente ed attraverso il confronto, riconoscono parti di sé che ignoravano, sviluppano strategie di problem solving che prima non avevano e sperimentano un modo sano di relazionarsi con sé stessi e con gli altri. Nella mia esperienza pratica quotidiana ho avuto modo di verificare i vantaggi dei gruppi di psicoeducazione-attiva che conduco. Gli incontri, con cadenza settimanale hanno una durata di un’ora e mezza, durante la quale si affrontano temi di ogni ordine: le relazioni conflittuali, i vantaggi della meditazione, l’alimentazione, l’igiene del sonno, ecc.… I partecipanti possono proporre al conduttore i temi che più interessano e svilupparli tutti insieme, in maniera attiva e partecipativa. Gli stessi partecipanti esprimono come grazie alla conoscenza del proprio funzionamento abbiano maturato pensieri e riflessioni che erano rimasti latenti e avevano condizionato la loro vita senza che se ne rendessero conto. Il gruppo non è la semplice somma degli individui che lo compongono, ma uno spazio sociale che favorisce lo sviluppo delle relazioni, del confronto fra gli individui che ne fanno parte e la creazione di una cultura e di una affettività comuni. Non a caso si vive nel gruppo un’esperienza ed evoluzione personale e affettiva condivisa.